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Giovanni DUNI

IL DOCUMENTO INFORMATICO NEI SUOI PIU' RECENTI SVVILUPPI

Roma - 14 giugno 1994

Profili amministrativi

 

1) Premesse.

Per rendere più chiaro il discorso che mi accingo a fare, vorrei premettere che per "documento informatico" nel diritto amministrativo intendo l’atto amministrativo in forma elettronica. Con l’espressione "documento informatico" ci si riferisce talora all’atto amministrativo elaborato da un computer, detto anche atto cibernetico, ma rispetto al quale resta impregiudicato il problema della forma: secondo le regole tradizionali, per diventare giuridicamente esistente, deve essere stampato su carta.

Non è questo l’"atto informatico" di cui vorrei occuparmi; esso esiste da anni nella nostra pratica amministrativa e, pur essendo un campo destinato a grandi sviluppi, in realtà è molto meno sconvolgente e rivoluzionario dell’introduzione dell’atto in forma elettronica. L’elaborazione elettronica può anche accompagnarsi alla nuova forma elettronica ma, se si affianca all’attività in forma tradizionale, costituisce un mero aiuto di questa, senza essere il presupposto di una radicale riforma organizzativa.

La forma elettronica è invece il presupposto necessario ed indissolubile del nuovo metodo amministrativo che è stato chiamato teleamministrazione. Si può anche dire che teleamministrazione ed atto informatico (inteso, appunto, come atto in forma elettronica) sono la stessa cosa, o, per la precisione, due aspetti di una realtà che non può essere scissa: tecnicamente non è possibile introdurre l’amministrazione telematica se non si accetta la validità giuridica dell’atto amministrativo elettronico, disponibile a distanza, in una rete di computers della P.A.

D’altro canto non avrebbe alcun senso pratico produrre atti amministrativi elettronici destinati a restare chiusi nel computer di un ufficio, senza essere inseriti in un procedimento amministrativo svolto a distanza. Gli atti di quel computer dovrebbero infatti passare sempre attraverso la fase cartacea per ogni necessità di trasferimento ad altro ufficio, vicino o lontano, che sia.

È stato presentato un progetto-pilota nel programma Telematique della CEE: se perverranno i fondi comunitari richiesti per la sperimentazione potremo offrire al Paese ed all’Europa qualcosa di veramente nuovo; nei contatti con personalità della vicina Francia ci è stato riconosciuto che neppure in quel Paese, pur così avanti nell’efficienza della P.A., esiste un progetto così avanzato.

Per coloro che non avessero avuto occasione di interessarsi alla Teleamministrazione vorrei ricordare che si tratta di un concetto nuovo di organizzazione dell’attività amministrativa, basato su di una serie di regole, le principali delle quali sono: forma elettronica degli atti e l’impostazione di una sola pratica amministrativa presso l’elaboratore di una P.A. capofila, al quale tutte le altre P.A. accedono telematicamente per inserire quanto di loro competenza (pareri; nulla-osta). Per il resto, al fine di non ripetermi, rinvio alla relazione al convengo del ’93 ed alla voce sulla enciclopedia giuridica Treccani.

2) Legislazione, dottrina e soluzioni pratiche nel più recente passato.

Dopo questi chiarimenti, vediamo dunque quali sono le più salienti novità dell’ultimo anno in materia di atto informatico.

Nel convegno del maggio 1993 i più autorevoli studiosi nazionali hanno affrontato il tema del progresso della Pubblica Amministrazione possibile attraverso un efficace ausilio informatico.

La situazione normativa del momento era la seguente:

alcune norme possono essere considerate anticipatrici, sotto profili limitati, di un nuovo modo di impostare l’informatica pubblica, che passa da sussidio all’attività tradizionale a riforma della stessa attività amministrativa, legata ad un supporto informatico non più meramente accessorio e duplicante. Queste norme anticipatrici sono:

— Una legge del 1985, sui collegamenti telematici tra professionisti privati e conservatorie dei RR.II..

— Un D.L., del 1989, sulle certificazioni anagrafiche automatizzate.

— Un altro D.L., del 1991, sull’emanazione di atti amministrativi mediante sistemi informatici da parte degli enti locali.

Il convegno, nella sua II sessione, si è tuttavia giustamente interessato in massima parte dell’attività amministrativa vista nella sua globalità. Ed in quest’ottica non poteva che fare la "parte del leone", per gli importantissimi obbiettivi esplicitamente posti dal legislatore, la L. 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi). Per l’attività degli enti locali, nelle relazioni e negli interventi, è stato fatto riferimento anche alla L. 142 del 1990.

Non sono stati ignorati i decreti legislativi emanati ai sensi dell’art. 2, della L. 23 ottobre 1992, n. 421; in base al § mm, il Governo è autorizzato a "al fine del completamento del processo di informatizzazione delle amministrazioni pubbliche e della più razionale utilizzazione dei sistemi informativi automatizzati, procedere alla revisione della normativa in materia di acquisizione dei mezzi necessari, prevedendo altresì la definizione dei relativi standard qualitativi e dei controlli di efficienza e di efficacia; procedere alla revisione delle relative competenze e attribuire ad un apposito organismo funzioni di coordinamento delle iniziative e di pianificazione degli investimenti in materia di automazione, anche al fine di garantire l’interconnessione dei sistemi informatici pubblici". Pregherei il cortese uditorio di prendere nota del fatto che la delega parla genericamente di "amministrazioni pubbliche", perché su questo punto dovrò ritornare più oltre.

La restante parte dell’art. 2 della citata legge di delega contiene numerosi principî e criteri direttivi in materia di pubblico impiego.

In attuazione delle deleghe della L. 421/92 sono stati emanati:

— il D. Legisl. n. 29 del 1993, sul pubblico impiego;

— il D. Legils. n. 39 del 1993, sull’istituzione dell’Autorità per l’informatica o "AIPA".

La legge più studiata, dentro e fuori il convegno, è comunque certamente la 7 agosto 1990, n. 241, sia per l’importanza degli obbiettivi che pone a carico delle pubbliche amministrazioni, sia perché il dibattito interpretativo sui vari temi si è ampiamente sviluppato nei 4 anni che sono seguiti alla sua emanazione. Il decreto 39/93 non è stato ignorato e non poteva esserlo, data la sua specificità, avendo istituito l’Autorità per l’informatica pubblica, con fondamentali compiti di razionalizzazione e coordinamento ai fini della interconnessione e scambio dati. Di estremo interesse è poi l’art. 3 del suddetto decreto, che stabilisce la validità giuridica agli atti amministrativi elettronici ed alla loro trasmissione.

Comunque, a maggio 1993, i due citati decreti 29 e 39 erano troppo "freschi" per diventare il centro del dibattito congressuale.

Nella mia stessa relazione avevo segnalato l’importanza dell’art. 3 del decreto 39, che — sia pure con un testo alquanto confuso e tortuoso — riconosce la validità giuridica dell’atto amministrativo elettronico e della sua trasmissione; tuttavia, non essendo pienamente convinto che il testo della norma rispondesse a tutti i requisiti di garanzia e di chiarezza, non ero andato oltre. Pur restando ancora dell’idea che si poteva dettare una norma migliore, oggi, a distanza di un anno, mi sento di rivalutare l’importanza di questa disposizione, anche perché pare che l’autorità per l’informatica intenda creare una commissione di studio per la sua attuazione. Il che vuol dire che si è capito che quelle poche righe non hanno risolto completamente i numerosi problemi connessi.

Per realizzare un sistema di attività amministrativa basata sull’atto in forma elettronica occorre quindi specificare ben di più; ma, proprio mentre dico queste parole (tranquillizzato dall’intenzione dell’AIPA, di cui ho detto), mi sento autorizzato ad esprimere le seguenti importanti considerazioni: l’art. 3 gioca ora un ruolo fondamentale nell’ambito della gerarchia delle fonti, poiché consente oggi a tutte le autorità provviste di un pur minimo potere di autoorganizzazione, di emanare norme regolamentari per disciplinare nei particolari un’attività amministrativa basata sull’atto amministrativo che nasce, vive in forma elettronica e che, se occorre la carta, vi si trasferisce solo in copia, restando l’originale sempre in forma elettronica.

In un mio scritto del 1992 avevo dimostrato, anche sulla base della giurisprudenza del Consiglio di Stato, che non esiste un principio assoluto in base al quale gli atti amministrativi debbano essere scritti (cioè sottoscritti). Ma non avevo potuto negare che, per molti atti importanti, leggi specifiche imponevano la forma scritta (sottoscritta) ed a volte formalità ben precise, quali registri o moduli speciali.

Ebbene, dall’entrata in vigore del D. Legisl. 12 febbraio 1993, n. 39, tutti questi ostacoli sono superati, o meglio, superabili, dall’ente o dall’amministrazione autonoma che decidesse di attuare un nuovo sistema di amministrazione pubblica: basterà infatti un regolamento di autoorganizzazione, in quanto il D. Legisl. 39, quale lex posterior, ha abrogato l’obbligo di forme particolari previste da leggi precedenti in qualunque settore dell’attività amministrativa. Sul piano delle fonti possiamo dire che tali disposizioni devono considerarsi delegificate; ossia: finché la P.A. non interviene esse continuano a mantenere il loro valore cogente, ma è sufficiente un regolamento per superale.

È bene anche avere consapevolezza che, se interverrà un regolamento generale in materia, si avrà il risultato di una opportuna uniformità di soluzioni; ma, nel frattempo, è importante riconoscere alle amministrazioni la facoltà di autoregolamentare le rispettive attività basandosi sul principio dell’atto in forma elettronica.

Mi accingo ad approfondire ulteriormente la portata giuridica di questo articolo 3 ed in particolare i limiti della sua cogenza immediata. Oggi è sufficiente prendere atto di questo effetto di delegificazione delle norme che impongono gli atti cartacei.

Ripeto che queste meditazioni sono in gran parte successive al convegno del 1993. In quella sede molte relazioni ed interventi si erano quindi orientate a studiare le connessioni tra la L. 241/90 e l’informatica di tipo tradizionale, ossia parallela all’attività amministrativa in forme tradizionali, ed intesa come "informazione", quale ausilio all’operatore pubblico e come servizio al cittadino che reclama velocità, trasparenza, responsabilità ed accesso ai documenti amministrativi.

Già prima del convegno era stato osservato che la legge 241 era praticamente inattuabile senza adeguato supporto informatico. Sempre in un’ottica tradizionale, ancorché più avanzata ed efficace, le imprese informatiche hanno orientato i propri sforzi offrendo software ed hardware finalizzati all’attuazione della L. 241.

3) Verso il superamento della politica degli obbiettivi settoriali dell’informatica amministrativa.

L’approccio tradizionale all’informatica pubblica è ormai maturo per essere messo da parte. L’approccio tradizionale implica la risoluzione di problemi settoriali o comunque parte sempre dal presupposto di affiancarsi come ausilio alle tradizionali formalità amministrative. Occorre voltare pagina al più presto. Se prendiamo l’elenco dei maggiori recenti contratti di informatizzazione delle P.A., vediamo che (almeno apparentemente) sono tutti di ottica tradizionale. L’elenco è quello divulgato dall’AIPA e comprende 4 volte il Ministero delle Finanze e poi il Tesoro, la P.I., la Marina mercantile, la Sanità, l’Agricoltura e Foreste, i Trasporti, il Lavoro. Non vorrei essere frainteso: non dico che si tratta di sperpero di pubblico danaro, poiché questi progetti porteranno sicuramente dei benefici e probabilmente si tratta di iniziative partite da qualche anno; ma sarebbe sicuramente sperpero di pubblico danaro non impostare oggi ogni singolo progetto come un lotto di un più ampio ed organico disegno di ampiezza nazionale. A tentativi di questo tipo l’AIPA ed il Dipartimento della funzione pubblica dovrebbero decisamente opporsi.

Bisogna abituarsi a nuovi linguaggi e smettere, una volta per tutte, di parlare di informatica pubblica come supporto all’attività amministrativa, di necessità di "scambio di informazioni" tra un sistema e l’altro: oggi dobbiamo commissionare alle imprese specializzate sistemi che considerino l’informatica come la forma dell’attività amministrativa stessa, ossia che impostino l’attività come telelavoro amministrativo, in una parola, come teleamministrazione. Si può certamente (anzi, è necessario) procedere a lotti, purché si abbia nel mirino il risultato globale e si abbandonino logiche ormai vecchie e superate.

La legge 7 agosto 1990, n. 241, ha ormai quasi 4 anni di anzianità. Se si considera che essa è il frutto di studi della Commissione presieduta dal Prof. Nigro, che concluse i propri lavori nel 1984, l’anzianità appare notevole. I risultati dei lavori della commissione furono di assoluta avanguardia per quella data, ma oggi appaiono certamente inadeguati rispetto ai successivi sviluppi della tecnica e delle conseguenti elaborazioni dottrinali relative ai nuovi sistemi organizzativi delle pubbliche amministrazioni, basati su attività in forma elettronica e telematica con pieno valore legale.

L’inadeguatezza della L. 241 si autodenunzia con tutta evidenza con il confronto con ogni successiva legislazione in materia di efficienza della Pubblica Amministrazione.

A parte il D. Legisl. 39/93, specifico in tema ed istitutivo dell’Autorità per l’informatica Pubblica, è interessante notare nel decreto 29/93 la frequenza del richiamo alla necessità di "sviluppo di sistemi informativi pubblici" ai fini dell’accrescimento dell’efficienza delle amministrazioni: sia in generale (art. 1, co. 1, lett. a; art. 5, co. 1, lett. b; art. 11, co. 1), sia con riferimento all’automazione (art. 8, co. 1, lett. c), alla trasparenza (art. 11, co. 1; art. 12, co. 2).

Tornando alla L. 241/90, possiamo dire che le principali finalità della legge si possono riassumere nelle seguenti quattro:

Rapidità - Efficacia;

Responsabilizzazione degli operatori della P.A.;

Trasparenza e partecipazione;

Semplificazioni per l’utenza.

Evidentemente non tutto il contenuto della L. 241 attiene ad innovazioni per le quali l’informatica costituisce ausilio immediato e diretto; per la trasparenza e per le semplificazioni all’utenza si invocano sistemi e strumenti di tipo informatico anche perché è evidente che — in un mondo sommerso dalle carte — un troppo frequente ricorso al diritto di accesso turberebbe l’ordinario svolgersi del lavoro. Attenzione: gli sportelli che sono stati aperti per attuare il diritto di accesso del cittadino non sono il "toccasana" dal punto di vista funzionale: se sono inseriti in un sistema cartaceo implicheranno la necessità che l’impiegato addetto si sposti presso ogni ufficio presso il quale si trovano le pratiche sulle quali la fila di cittadini in attesa chiede informazioni.

Quanto allo sportello informatico self-service con funzioni di accesso, va detto che le sue potenzialità concrete, malgrado l’estrema ampiezza di quelle potenziali, sono condizionate dalla generale situazione organizzativa della singola P.A. In particolare nello sportello self-service non sarà possibile accertare la situazione di procedure anche solo parzialmente impostate nel tradizionale modo cartaceo o implicanti l’intervento di amministrazioni differenti che non si siano associate all’iniziativa.

Le mie parole non devono essere prese come una critica: ho anzi sempre elogiato quelle pubbliche amministrazioni che si sono poste all’avanguardia in queste iniziative settoriali. Ma, come ho già detto, bisogna avere di mira un disegno più ampio, rispetto al quale molte soluzioni sono transitorie, destinate ad essere superate dalla soluzione globale.

Il momento dell’evoluzione che stiamo attraversando è dunque quello dell’acquisizione della consapevolezza che gli obbiettivi settoriali sono meramente transitori, destinati da essere assorbiti dal disegno globale di amministrazione telematica o teleamministrazione.

L’assorbimento degli attuali obbiettivi settoriali avverrà talora attraverso la loro graduale, ma concreta vanificazione. Si pensi ai certificati automatici, che costituiscono oggi una delle principali utilità degli sportelli self-sevice: in un sistema di teleamministrazione il certificato sarà un documento superato. Dovrebbe esserlo anche oggi, dato che l’art. 18 della L. 241/90 stabilisce che "sono accertati d'ufficio dal responsabile del procedimento i fatti, gli stati e le qualità che la stessa amministrazione procedente o altra pubblica amministrazione è tenuta a certificare". Ma poiché un simile traguardo appare a tutti utopistico (esigere l’applicazione in concreto dell’art. 18 significherebbe paralizzare la procedura avviata con l’istanza), i certificati continuano ad essere un aspetto importante della vita amministrativa nazionale. Ma l’art. 18 diverrà effettivamente operante senza sforzi particolari da parte dell’amministrazione procedente allorquando tutta l’attività amministrativa sarà svolta in modo telematico e tutte le amministrazioni saranno tra di loro collegate.

In sostanza: la maggior parte degli obbiettivi settoriali saranno raggiunti non per effetto di uno sforzo particolare, ma come utilità indissolubile del sistema globale di teleamministrazione.

Non mi sembra contestabile che gli obbiettivi primari della L. 241/90 siano l’efficienza e la velocità. La stessa trasparenza, senza volere nulla togliere all’importanza sociale e democratica del problema, sarà un "sottoprodotto" immancabile della teleamministrazione, così come l’identificazione non solo del responsabile globale del procedimento, ma anche del responsabile di ogni singola fase o sub-fase, particolare che la 241 trascura.

4) L’allargamento dell’ottica: dall’Italia all’Europa.

Potrebbe sembrare prematuro parlare di estensione dei principi dell’amministrazione telematica dall’Italia ai rapporti comunitari con gli organismi dell’U.E., ed eventualmente con gli altri Stati facenti parte dell’Unione, quando ancora da noi non si è realizzato nulla di operativo.

Ma, se le novità hanno bisogno di un tempo di incubazione perché siano assorbite dai politici, approfondire gli studi in questa direzione appare necessario per confidare nella fase successiva di realizzazione, forzosamente dilazionata dagli attuali indugi. La teleamministrazione, ideata nel 1990, presentata agli inizi del 1991, inizierà forse a diventare sperimentalmente operativa nel 1995, ossia dopo oltre 4 anni. Può darsi che i tempi comunitari siano più brevi rispetto a quelli italiani; può darsi che la presentazione di un buon avvio del prototipo stimoli i responsabili delle scelte a livello comunitario ad adottare rapidamente gli standard delle nuove soluzioni proposte.

Del resto dall’U.E. vengono prepotenti stimoli finanziari. Il IV programma quadro per l’informatica e le telecomunicazioni prevede per il periodo 1994-98 uno stanziamento molto consistente (dalle mie informazioni quasi doppio di quello annunziato dal Sole 24ore del 21 marzo), di ben 11.046 milioni di ECU, pari ad oltre 2.000 miliardi di Lire, dei quali circa un decimo destinati alla telematica. La Commissione ha presentato poi una proposta chiamata IDA, che è in corso di approvazione e prevede ulteriori fondi integrativi per 50 milioni di ECU (quasi altri 100 miliardi di lire): si comprende che molto può essere fatto nella direzione auspicata. IDA significa Intechange of Data between public Administrations ed ha per scopo lo scambio transfrontaliero di dati tra pubbliche amministrazioni di Stati europei e tra queste e gli uffici comunitari.

Spendere queste ingenti cifre solo per scambi di informazioni sarebbe utile, ma anche riduttivo: l’Italia si dovrà battere perché il sistema diventi anzitutto una teleamministrazione europea. Pensiamo alla partecipazione delle amministrazioni nazionali alla formazione degli atti comunitari (oggi imperversa il telefax); pensiamo al ruolo sempre più penetrante della normativa e degli atti amministrativi comunitari sul sistema nazionale delle fonti; pensiamo al coordinamento dei finanziamenti comunitari con l’attività della P.A. nazionale; pensiamo al controllo ed in genere al monitoraggio sull’azione comunitaria nei singoli Stati e ci rendiamo conto dell’importanza pratica del problema; tutto ciò anche a prescindere da un ulteriore campo di sviluppo, ossia dall’attività interna degli organi comunitari, che non è certo meno complessa di quella di un’amministrazione nazionale.

Ecco quindi che, nell’ambito della prosecuzione della ricerca, è stata presentata una domanda di finanziamento al MURST (c.d. fondi 40%) dalle seguenti Università: Cagliari (Coordinamento e sviluppo del prototipo); LUISS (Sviluppo in ambito comunitario, a cominciare dal monitoraggio degli interventi comunitari nell’ambito nazionale); Bologna (sviluppo in ambito di ente locale); Roma Sapienza (tutela della privacy); Ist. orientale di Napoli (l’atto amministrativo automatico).

5) Il coinvolgimento delle amministrazioni degli enti locali.

La delega della L. 421/92, ricordata più sopra, contempla l’emanazione di un decreto legislativo sul coordinamento informatico coinvolgente tutte le amministrazioni pubbliche. E non poteva essere diversamente: il colloquio tra le amministrazioni o le coinvolge tutte, oppure, per ogni eccezione, si deve prevedere la trasposizione su carta dei flussi di lavoro telematico, che quindi in tali casi, si interrompe.

Il D. legisl. 39/93 ha invece sottoutilizzato, molto inopportunamente, la delega, poiché limita i propri effetti alle "amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, e degli enti pubblici non economici nazionali"; per gli antri enti è previsto soltanto che l’AIPA possa "proporre al Presidente del Consiglio dei Ministri l'adozione di raccomandazioni e di atti d'indirizzo...". Al momento non mi pare che questi dati letterali possano essere superati con un’interpretazione che si rifaccia alla più ampia portata della delega; mi riservo di approfondire il problema. Devo però dire che il D.L. 30 dicembre 1993, n. 557, all’art. 9, comma 14, prevede l’intervento dell’AIPA per progetti innovativi comunali da finanziare con quote dei proventi ICI. Ma questo non può essere soddisfacente perché non coinvolge le Regioni e le Province; e queste assenze possono compromettere seriamente il sistema globale.

6) Il progresso degli studi in corso.

Attuare una "rivoluzione" quale è la trasformazione dell’attività tradizionale delle nostre pubbliche amministrazioni in attività in forma elettronica, ossia in teleamministrazione, non è impresa di poco conto. Sono quindi allo studio da tempo una nutrita serie di problemi connessi all’attuazione del nuovo sistema.

A titolo di esempio sottopongo alla vostra attenzione che, con il nuovo metodo di amministrazione telematica, il classico problema della tutela della privacy si porrebbe in termini completamente diversi e la soluzione, pur necessaria, diventa più difficile, poiché non si creerebbero mere banche dati per informazioni, che quindi possono disinvoltamente essere abilitate o disabilitate, ma strumenti indispensabili per un telelavoro amministrativo, svolto in una rete globale e potenzialmente accessibile da una molteplicità di amministrazioni. Un altro serio problema riguarda la regolamentazione della responsabilità per l’immissione dei dati (in particolare quelli dell’amministrazione cartacea pregressa) e per l’adozione del software.

Vi sono poi difficoltà di impatto sull’uomo-funzionario; e così mille vari problemi la cui elencazione sarebbe certamente tediosa, ma che andranno affrontati uno per uno nel momento in cui si dovrà passare alla fase operativa.

Mi sia consentito accennare ad uno soltanto, perché lo ritengo di particolare interesse ed è oggetto di uno studio specifico in corso di pubblicazione: il coordinamento con le conferenze dei servizi, previste dalla L. 241/90. Come ho già detto, la legge 241/90 fu studiata nei primi anni ’80 e consegnata al Governo da parte della Commissione Nigro nel 1984. Non era pensabile che si trovassero soluzioni migliori che non chiamare attorno ad un tavolo tutte le autorità coinvolte in procedimento amministrativo.

Oggi, coordinando le ottime idee del passato con le più moderne soluzioni, possiamo dire due cose: anzitutto che l’accelerazione delle procedure conseguente alla teleamministrazione renderà sempre meno necessarie le conferenze dei servizi; inoltre le stesse conferenze dei servizi potranno essere effettuate con maggiore facilità mediante l’utilizzazione di tecniche multimediali a distanza e diventare, così, delle teleconferenze di servizi: il tavolo attorno al quale si sarebbero seduti i partecipanti alla conferenza dei servizi verrà sostituito da nuovi e moderni strumenti.

Vorrei chiudere leggendo le ultime righe della relazione di Sabino Cassese, a conclusione della propria attività di Ministro per la Funzione Pubblica: "La sfiducia nelle istituzioni, che ha aperto la quinta fase istituzionale dell’Italia Unita non si deve solo ai pessimi voti raccolti dai partiti che sono scomparsi, ma anche alla brutta pagella dell’amministrazione italiana. L’errore peggiore di chi entra nell’arena politica sarebbe quello di sottovalutare l’impegno della questione amministrativa: si troverebbe - di qui a 5 anni - erede della lunga rovina dei propri avversari scomparsi".

È tempo dunque di rompere gli indugi : gli studi teorici hanno fatto ormai un adeguato tempo di incubazione ed è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti. E la novità che vorrei oggi sottolineare in questo convegno è un accresciuto stimolo verso l’Europa: nei progetti europei di cui ho parlato in precedenza esistono ancora quei margini di genericità che consentono all’Italia di presentare e rivendicare come proprio un progetto di amministrazione telematica intereuropeo di assoluta avanguardia. È essenziale essere pronti ed all’altezza della situazione, altrimenti lasceremo agli altri i vantaggi e gli onori di partire per primi.